Librerie: basta ipocrisie

A partire da oggi librerie aperte in tutto il paese.

Un’onda lunga di entusiasmo si è riversata sui social, esultando con la stessa foga dei sanculotti il giorno della presa della Bastiglia.

Invece, no. Alcune aprono, altre no. Insomma: una torre di babele.

Intendiamoci: la riapertura delle librerie, pur se monca, dovrebbe essere un segnale importante. Il segnale che si vuole ripartire dai libri, dalle storie, dalla cultura. Ma le cose stanno veramente così?

No, ovviamente.

Anzi, detto tra me e voi, questa cosa delle librerie aperte, aperte a macchia o non aperte proprio, mi fa salire il nervoso. Se non siete così ingenui come chi vi scrive, pensate davvero che da oggi la gente si accalcherà nelle librerie per comprare un libro? Com’è possibile che in quattro settimane di quarantena la gente riscopra il desiderio e il piacere per una lettura che non ha mai avuto?

Ve li immaginate quarantenni e ragazzi – le categorie che leggono di meno contribuendo a relegare il nostro paese all’ultimo posto nella classifica dei paesi europei dove si legge di meno – dare l’assalto a commessi o a scaffali per un bestseller o un saggio?

Non scherziamo. Siamo un paese che non ama la lettura. Sebbene sui social e non solo ci sia un pullulare di gruppi, club e quant’altro. E non è stata la quarantena a far venire tutta questa voglia. La vera rabbia di questo provvedimento, però, non risiede in questo. Che l’italiano medio non sia un appassionato di libri è cosa risaputa.

Qualcuno, invece, si è posto il problema di come possano stare le librerie? I librai, le persone che vivono a stretto contatto con i libri? A quegli imprenditori e agli indipendenti che in molte realtà del nostro paese hanno avuto il coraggio di aprire piccole librerie per non far morire la nostra anima?

Quali sono gli aiuti – quelli concreti – che si vogliono riservare a chi, a dispetto di tanta arretratezza e pregiudizi, vuole investire in cultura? Sul serio credete che riaprire le librerie basta ad aiutare queste persone?

Allora perché le librerie aperte? Semplice: perché sono il luogo meno affollato per definizione. Sono entrato in varie librerie nella mia vita e vi posso dire che non le ho mai trovate affollate.

Per questo, basta ipocrisie.

Se fossimo un paese normale, le librerie sarebbero il nostro presidio per avere un paese e un futuro migliori. I libri, semmai qualcuno se lo stesse ancora chiedendo, servono a conoscere come siamo fatti, quell’interiorità fatta di miserie e slanci, che ci permettono uno sguardo critico e soprattutto libero sulla realtà.

In questo paese a difendere i libri e la cultura sono rimasti davvero in pochi. I librai, gli organizzatori di qualche evento culturali e tanti docenti – molti dei quali conosco – che si impegnano per trasmettere alle persone il bene inestimabile di una storia. Sono loro a tenere in vita l’edificio della cultura.

Non certo quelli che – per il semplice sfizio di uscire per andare a prendersi una boccata d’aria – andranno in libreria nei prossimi giorni…

Mafia, spaghetti & mandolino

«Non vi aiutiamo perché la mafia aspetta i soldi da Bruxelles».

In estrema sintesi è il contenuto di quanto apparso sul giornale tedesco «Die Welt» Non vi aiutiamo perché le risorse europee non si possono sprecare in questo modo, finanziando la criminalità organizzata.

Ora, che un giornale come il «Die Welt» – che non è certo progressista – faccia un titolo a otto colonne su questo argomento, transeat. Il punto è che la destinataria dell’articolo – la cancelliera Angela Merkel – non si è sentita in dovere di dissociarsi da questa uscita. Un po’ come dire… chi tace, acconsente.

In fondo perché sorprendersi? Il titolo del «Die Welt» è la stura a tutti i pregiudizi, anche più beceri, che da sempre il nostro paese ha attirato su di sé. Anzi, mi stupisce che non ci abbiamo chiamato «terroni», «pizza e mandolino» e altre cose simpatiche che da sempre accompagnano la visione che le genti nordiche hanno di noi.

La verità è che la non risposta della Merkel e i suggerimenti del «Die Welt» celano tutte un unico complesso. Il complesso che io amo definire del «muro». Se proprio vogliamo far ricorso ai luoghi comuni, gli stessi che i teutonici non ci risparmiano, Germania equivale a rigore, chiusura, inflessibilità, cecità. Devo continuare?

La cosa paradossale è che per i tedeschi questi luoghi comuni valgono tutti.

D’altronde, senza prodigarsi in particolari affanni, basti pensare a come hanno reagito da Berlino e dintorni al diffondersi del virus. Chiusi i confini, segregate le città, bloccati qualsiasi tipo di aiuti (mascherine e altro) all’Italia, alleato storico e paese fondatore dell’Ue.

Ma i tedeschi sono così. E a tal proposito, mi vengono in mente le parole di mio nonno. «Mai fidarsi di un tedesco, mi diceva». E penso che avesse ragione. Il fatto è che noi la lezione non l’abbiamo mai imparata. Ci siamo fidati nel 1882 – con la Triplice Alleanza – per ritrovarci avvinghiati mani e piedi in una guerra (’15-’18) che non era la nostra; poi, siccome siamo generosi e brava gente, abbiamo rinnovato questa alleanza nel ’39 con il Patto d’Acciaio. Ciononostante, ci siamo sempre fidati e i risultati sono stati drammatici.

Come se non bastasse poi, a guerra finita, siamo stati tra i paesi che si sono opposti all’umiliazione tedesca. Ci siamo – pensate un po’ – finanche battuti affinché alla Germania venisse riconosciuta la cancellazione (parziale, ma pur sempre considerevole) del debito di guerra che Berlino ha finito di pagare nel 2010.

E i tedeschi che fanno? Memori di tutto questo, ci trattano come appestati. Si permettono – proprio loro – di fare gli integralisti. Se fossimo stati noi quelli duri e puri, a suo tempo, oggi parleremmo di una Germania ridotta a una landa solitaria e di certo fuori dall’Europa.

La parola Europa però mi ricorda l’altro aspetto di cui vi voglio parlare.

Ieri il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, diciamolo pure, non le ha risparmiate a nessuno. Alla Merkel, all’Europa, a Salvini, alla Meloni e alle polemiche. La questione degli aiuti per la ricostruzione post Covid, per la quale il nostro paese necessiterà di un flusso imponente di denaro (che non si vedeva dal 1945), l’avevo già affrontata in un precedente articolo.

Ora è bene entrare nelle maglie della questione. Nella giornata di ieri tutti a schierarsi, tutti a parlare di economia, tutti a essere pro o contro il MES; tutti pro o contro gli Eurobond. Per chi volesse approfondire la questione trovate qui un illuminante ed esaustivo articolo de «Il sole 24Ore» sull’argomento.

Qual è il nodo cruciale?

I soldi da dare all’Italia ci sono, almeno in teoria.

Solo che l’Europa – e la Germania in testa a tutti – vorrebbe che il nostro paese attingesse dalla quota che abbiamo messo in questi anni nel Fondo Salva Stati (il MES, appunto). 122 miliardi di euro, mica poco.

I soldi ve li potete prendere e spenderli per costruire ospedali e altri servizi. Solo che, dicono dal Lussemburgo dov’è la sede del Mes, a fronte del prestito (prestito con i soldi nostri, avete capito bene…) ci dovete corrispondere un interesse che andrà calcolato sull’entità del vostro debito. Interesse enorme visto che il nostro debito pubblico si è allargato a dismisura dal secondo dopoguerra in poi. Perché questo?

Perché il MES si basa su un principio: se attingi ai soldi del Fondo è perché ti trovi in una situazione prossima alla bancarotta; bancarotta causata da una tua negligenza in materia finanziaria. Tuttavia, se l’Italia si trova prossima al default non è certo per suo «dolo» ma per un fattore oggettivo – il Covid19 – che sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale. Non solo: il Mes – diviso in tre tronconi di cui uno guidato da soli tedeschi (che novità eh?) – chiede anche di tagliare la spesa pubblica per poter rientrare nel prestito chiesto dal paese.

In parole diverse, ti prestano soldi che erano già tuoi, sui quali paghi un tasso di interesse enorme, e a fronte di questi soldi, che in teoria servirebbero per rimettere in piedi l’economia post Covid, ti impongono di tagliare quella stessa spesa pubblica oggetto degli interventi.

Una follia, a voler fare un’estrema sintesi.

La soluzione proposta dal presidente Conte, e ribadita nella conferenza stampa di ieri, sono gli Eurobond.

In pratica, il nostro paese ha bisogno di liquidità per ripartire. Tantissima liquidità. Chiede un prestito a tutti i paesi membri. Ma invece di impelagarsi in condizioni capestro come quelle previste dal Mes , l’interesse sul prestito viene erogato sotto la forma di obbligazioni a percentuale costante. Quindi titoli di stato, con un interesse sostenibile. Cosa che consente di avere liquidità da una parte; maggiore possibilità di rientrare nel debito contratto dall’altra.

Col Mes un paese, un qualsiasi paese, diventa potenzialmente controllabile dall’amministrazione economica europea, che parla come unica lingua ufficiale il tedesco, ed è in mano a pochi; il ricorso agli Eurobond è invece una strategia di concerto che vede il coinvolgimento anche delle nazioni più piccole.


Insomma il dilemma si ripresenta sempre uguale: l’Europa è alveo di solidarietà o un orticello, diviso in tanti lotti, dove ognuno – leggasi Germania – coltiva il proprio tornaconto?

L’epidemia da Covid 19, al di là degli istinti di pancia dei Sovranisti e degli antieuropeisti, una cosa ce la sta dicendo in modo abbastanza chiaro. Che la Storia, come cantava De Gregori, non la si può cambiare certe volte. E la Storia dell’Europa non è una storia di solidarietà, di mutuo soccorso. È una storia, non solo recente, di lacerazioni, divisioni e guerre. È una storia di incompatibilità culturali, sociali, politiche ed economiche.

Certificare questo non vuol dire sdoganare l’Italexit, ma prendere coscienza che nel futuro prossimo si dovrà pensare alla costruzione di una doppia Europa, una scissa dall’altra. Quella del Nord e quella mediterranea. Ognuna con le proprie regole, i propri statuti, le proprie leggi, le proprie condizioni.

Onestamente, non vedo una prospettiva diversa da questa.

Resistenza a cosa?

Lo confesso.

Sono uno di voi. Uno di quelli che ha fatto subito l’abbinamento a Netflix. Uno di quelli che ha atteso, con la stessa frenesia del regalo di Natale, la nuova stagione de «La casa di carta» (anche se lo spagnoleggiante Casa de Papel mi piace di più).

No spoiler, tranquilli. Anche perché la quarta stagione in onda da pochi giorni non l’ho vista nemmeno io. Ovviamente il no spoiler vale anche per voi: non vi azzardate a rivelarmi alcunché – specie sulla sorte di Nairobi (che adoro) – altrimenti vi blocco!

Scherzi a parte, da quando ho iniziato a vedere questa serie tv me ne sono innamorato. Come tutti gli innamoramenti, lo sapete, questo rapporto con «I Dalì» sta vivendo una gimkana di emozioni: passione irrefrenabile nelle prime due stagioni; distacco o per meglio dire delusione nella terza. Per la quarta aspettiamo il corso degli eventi…

Quello che accompagna la sorte del «Professor» e della sua banda, in tutti gli episodi, è la soundtrack o per meglio dire un vero e proprio mantra: la canzone Bella Ciao.

Non ha bisogno di presentazioni. La conoscete. Uno dei canti più famosi della partigianeria. Si dice sia nato da una donna, una novella Anita infiammata di coraggio e passione politica; altri sostengono dagli uomini della Brigata Garibaldi, rossa anch’essa come i nostri eroi della serie Netflix, una delle formazioni partigiane più importanti opposte all’invasore tedesco.

Tuttavia, senza guastare la festa a nessuno né smorzare gli entusiasmi di chi come me segue «La casa di carta», pensate sia etico l’uso di questa canzone?

Mi spiego meglio.

Associare, come hanno fatto autori e sceneggiatori, l’inno della Resistenza italiana alla «resistenza» di un gruppo di ladri al mondo esterno è educativo? È storicamente accettabile?

La risposta io ce l’ho: non lo è.

Resistere a cosa poi? Al tiranno sistema delle banche e del credito? E quand’anche fosse così questi novelli Robin Hood cosa fanno della loro ricchezza? Essa non viene di certo redistribuita ma tesaurizzata, conservata, scialacquata e spesa nei posti più esclusivi del mondo.

Per questo penso che «ridurre» una colonna sonora costata sangue e vite umane, per una liberazione atroce e sofferta, a una serie televisiva che, al contrario, esalta il genio (anche perverso) di un uomo e una banda di rapinatori mi sembra eccessivo e, come dicevo prima, poco etico.

Di colonne sonore se ne potevano scegliere tantissime, di certo meno storicamente segnate come «Bella Ciao». In questi giorni, ad esempio, ho scoperto un compositore spagnolo di altissimo livello che non conoscevo: Françisco Tárrega. Autore di pezzi come «Recuerdos de la Alhambra», «Isabel» e «Capriccio Arabo» per ricordare i più famosi. Note allegre, scanzonate, ma anche struggenti, drammatiche e romantiche allo stesso tempo. Insomma, tutte le varianti che si trovano ne «La casa de papel».

Per concludere, i nostri personaggi non sono partigiani di nessuna causa. Guai ad ammantare le loro azioni come partigianeria o passione politica. La verità è più prosaica: sono rapinatori e in quanto tali perseguono un disegno criminale.

Alla base avrebbero pure un ideale potenzialmente grande: rovesciare a forza di colpi il patibolo delle sperequazioni e della ricchezza elitaria dell’Europa e delle banche. Alla fine, però, nulla di tutto questo accade. Perché anche i nostri Dalì – artisti del furto – subiscono il fascino del denaro al punto da trasformarsi in qualcos’altro e divenire anche loro parte di quello stesso sistema che erano intenzionati ad abbattere.

Con buona pace di «Bella Ciao»…

Siamo tutti Bordin

Quando questa storia ha inizio chi vi scrive ha poco più di un anno. Quali ricordi si possono mai avere a un anno? Quasi nessuno, in verità. Soltanto che, come uno straordinario passaggio spazio-tempo, ho rincontrato questo ricordo qualche giorni fa. Per caso.

Navigavo sul mio smartphone. Su facebook, in particolare. A un certo punto si è aperto un menù a tendina ed è comparsa una pagina che proponeva alcuni dei momenti più gloriosi dello sport italiano.

Il video che l’algoritmo facebookiano mi proponeva si riferiva al successo trionfale di Gelindo Bordin alle Olimpiadi di Seul 1988.

È stata senza dubbio una delle imprese più leggendarie della storia dell’atletica. Questo atleta magrolino, la faccia scava dalla fatica, che mette in fila i suoi avversari africani forgiati, dal dna e dalla storia, a correre nelle infinite distese della savana africana a inseguire gazzelle. In questo video, a un certo punto, vedete le gambe di questo atleta vicentino prendere forza e sostanza e, dopo le difficoltà imposte dalla fatica atroce, trasformarsi in ali, in braccia protese al cielo della vittoria.

Risultato: Bordin vincerà quella maratona dando oltre un chilometro di distanza ai suoi avversari.

Vi sto raccontando questa storia non per fare soltanto amarcord. La cosa che mi ha colpito di questa impresa sono le parole del telecronista che accompagnano l’arrivo di Bordin allo stadio olimpico di Seul. Ve le riporto integralmente:

«La vittoria di Bordin è la vittoria della gente onesta, degli Italiani che sanno sacrificarsi e uscire dai momenti brutti grazie allo spirito e alla forza di volontà».

Mentre Bordin il vicentino, essenziale nella sua sagoma da maratoneta, andava a prendersi l’oro, il primo oro vinto da un italiano nella gara di atletica per antonomasia, ho pensato che le parole di quel telecronista erano vere. Non venate da retorica o propaganda. Erano il manifesto di ciò che siamo noi italiani. Spezzati, ma mai piegati.

Siamo quelli che nel poco e nelle ristrettezze riusciamo a cavare fuori il meglio e a far da battistrada per il mondo intero. Anche se piegati dal peso terribile degli eventi e della storia, resistiamo e andiamo avanti.

Forse perché la nostra storia è stata sempre segnata dalla consapevolezza di dovercela da soli. Non abbiamo mai avuto re, principi o sovrani che pensassero per noi. Abbiamo sempre e soltanto potuto fare affidamento sul nostro cuore e sulle nostre gambe.

Anche adesso, con questa furia bestiale del Covi-19 che impazza, stiamo dimostrando di essere tutti come Gelindo Bordin alle Olimpiadi di Seul 1988. Fuori gioco, sfiancati dalla fatica, il cervello annebbiato dalle gambe che fanno male. Ma poi qualcosa, il nostro gene mai dono, si risveglia e cambia tutto. Le gambe riprendono a funzionare, l’acido lattico e le tossine svaniscono, e riprendiamo a correre. E niente ci fa più paura.

Siamo tutti Bordin anche in questa gara su lunga distanza contro il Covid. Abbiamo solo le nostre gambe. E, rivolgendomi soprattutto a quelli che non ci conoscono e che troppo spesso gratuitamente ci denigrano, contateci: vinceremo anche questa nuova maratona. Come sempre, la faccia rivolta al vento, andremo a prenderci l’oro del coraggio, dell’essere – a dispetto di tutto e di tutti – un grande popolo.

Siamo e saremo tutti – per sempre – Gelindo Bordin.

Ricostruzione post Covid: quali scenari?

Portiamoci avanti col lavoro. 

Quando l’emergenza da Covid-19 sarà passata cosa accadrà? 


Non parlo solamente degli effetti che questo tsunami ha avuto e sta avendo sulle nostre vite. 


Intendo parlare della ricostruzione post Covid-19. 

Andranno ricostruiti o ammodernati ospedali, ampliate e potenziate strutture medico-sanitarie preesistenti, andrà rafforzato il personale che in queste stesse strutture lavora, dovranno esserci interventi massicci a sostegno di imprese e lavoratori autonomi, serviranno psicologi, sociologi e altri operatori per i tanti chiamati a fare i conti con i traumi da post Coronavirus, andranno appaltati servizi di prima necessità per famiglie e soggetti a rischio. 

Questi interventi mirati alla sanità, al sociale e al mondo del lavoro ci faranno assistere a un gettito di denaro pubblico (e privato) senza precedenti per il nostro paese.

 
D’altronde la crisi che stiamo vivendo è essa stessa senza precedenti. Vi riporto un dato inquietante come pochi: se potessimo «sommare» tutti i morti provocati dai terremoti più drammatici che hanno interessato la penisola negli ultimi quarant’anni, non arriveremmo a un decimo dei morti che il Covid ha causato in poco meno di due mesi. 

Ritorniamo agli interventi e al piano di ricostruzione. 

Come gestire questo flusso imponente di denaro? Il sistema Italia, più che mai indebolito dalla situazione, è in grado di garantire la massima trasparenza per la messa in circolo di questi fondi? È al riparo, ad esempio, da infiltrazioni della malavita organizzata e dalla corruzione? È in grado di garantire l’espletamento di gare pubbliche e tenere a bada allo stesso tempo le pressioni e gli affari che rischiano di ingrassare i pochi a danno dei molti?

Oltre all’Anac – organismo già esistente – non sarebbe il caso di pensare sin da ora a misure efficaci per fronteggiare e contrastare a priori la longa manus degli interessi criminali? Non sarebbe utile istituire una task force per prevenire corruzione e abusi da sempre considerati il male italico per eccellenza? Non sarebbe altrettanto fruttuoso stringere ancora di più il cerchio sulla criminalità organizzata e limitare quei piani di arricchimento post Covid che di sicuro già staranno pianificando? 

Tutte queste domande riconducono a un solo – ed enorme – timore: l’incapacità di gestire, con autorevolezza, tutto ciò che è pubblico. Ovvero le risorse. 

Forse non è chiaro a molti ed è il caso di ribadirlo. 


Siamo in guerra. Una guerra silenziosa e bestiale. Una guerra che ha fatto, allo stato attuale, diecimila vittime. Un terzo dei morti prodotti dalla guerra civile seguita all’armistizio dell’8 settembre. 

E quando questa guerra sarà finita, si dovrà ricostruire. Il corpo e l’anima di questo paese, sopra ogni altra cosa. Per questo non saranno ammesse zone d’ombra, nuances imbarazzanti o compromettenti. O, cosa ancora più grave, eminenze grigie pronte, ancora una volta, a tenere in mano i giri della giostra. 

Palazzo Chigi sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri

Abbiamo visto un uomo

Un uomo cammina in una piazza deserta, il basolato annerito dalla pioggia, arrancando verso un agognato traguardo: un crocifisso di legno anch’esso lucidato dalla pioggia.

Nonostante l’emergenza Covid-19, Papa Bergoglio ha voluto pronunciare la benedizione urbi et orbi ugualmente.

Per milioni di persone, triste e sofferenti, quest’uomo che supera gli ottant’anni è stato una speranza. Un invito a resistere, a tenere duro, a non rinnegare mai la speranza. A vederle per bene, però, le immagini del Pontefice in piazza San Pietro di venerdì scorso sembrano andare in una direzione diversa dalla solo sofferenza.

Papa Francesco sul sagrato di piazza San Pietro

Con un gesto semplice e antico, quello della preghiera, quest’uomo ci ha detto che l’unico modo per uscire fuori da questa crisi medica, sanitaria e umana che stiamo attraversando è proprio prendere consapevolezza della sofferenza e della nostra umana fragilità.

Non siamo immortali tantomeno fighi e imbattibili.

Sulla faccia di quest’uomo ottuagenario è stata decretata la fine o, per meglio dire, la futilità della nostra società. Quella social, fondata sull’apparire e sugli sharing; quella dei selfie, degli influencer e delle stories.

Papa Francesco in un momento della benedizione urbi et orbi

Siamo fragili e soprattutto indifesi.

Per la prima volta da molto tempo, nella piazza disegnata dal Bernini di solito gremita di pellegrini e fedeli, non abbiamo visto la Chiesa, l’istituzione secolare e i suoi palazzi sgargianti che tanti fedeli ha allontanato in questi anni. Abbiamo visto passare, arrancare anzi, un uomo. Un uomo gravato dalla solitudine e dalla sofferenza. Un uomo come tutti noi.

Per la prima volta abbiamo visto una Chiesa «primitiva», ovvero qualcosa di quanto più vicino possibile al suo messaggio originale: essere al fianco della gente e non del potere.

Credenti e non si sono emozionati alle parole del pontefice. Perché sono parole che ci ricordano la missione a cui l’uomo è chiamato su questa terra: tendere verso l’alto – che sia Dio o un’entità superiore – alla nobiltà di spirito.

L’omelia di Papa Bergoglio all’urbi et orbi di venerdì (Fonte video: FanPage)

Il Francesco sofferente, angosciato proprio come il Cristo della notte del Getsmani, sarà destinata a rimanere un’immagine inscalfibile nella storia che verrà. Il simbolo di un uomo, un uomo solo (ma non solo un uomo), che si è voluto far carico della sofferenza della Storia e attraverso la sofferenza porre le basi – si spera – per un nuovo corso nelle nostre vite.

Storie in forma di favola

Un giornalista racconta ciò che vede. Per meglio dire, un fatto. La sequenza di più fatti formano la cronaca, come sapete. Questa catena costituisce la base dell’informazione moderna. Tanti fatti uguale molta cronaca, in sintesi.
Tuttavia, il più delle volte accade, presi dalla frenesia e dalle ansie imposte dai nostri tempi, che le notizie o, meglio, le storie che animano questi fatti si perdano. Si smarriscano, cioè, le emozioni, i sentimenti, le intenzioni. In parole diverse, quel capitale umano preziosissimo per capire i fatti e inserirli nella loro cornice, nel proprio contesto.

Questo blog – dal titolo magari un po’ vintage me ne rendo conto – nasce proprio con questo scopo.

Non solo per riportare i fatti, come farebbe un giornalista, ma viverli dall’interno. Raccontarli in forma di favola. Questo non vuol dire stravolgerli o immaginarli addirittura. Al contrario, fare ricorso a tutte le risorse narrative del genere favolistico per farvele rivivere.

In presa diretta, per così dire.

La mia intenzione non sarà solo quella di riferire. L’intenzione che anima questo progetto è portarvi nel cuore di quel fatto, farvelo respirare. Tutto questo per rendere questo momento semplicemente unico.

Perché tutto questo?

Nella società dei mass media, sotto il costante bombardamento di fake news e di notizie, si è perso il rapporto personale con il fatto, con la notizia. Per questo ho pensato di rimettere le lancette dell’orologio indietro e provare a assemblare nuovamente contenuti ed informazioni con un approccio più insolito e meno scontato.

«Il favolista» non è un quotidiano. È al contrario un blog, uno spazio di riflessione, una favola appunto. Un racconto che ha la pretesa – non troppo velata – di lasciare qualcosa ai propri lettori. Affinché i contenuti decantino per bene, come si conviene a ogni buon bicchiere di vino, su queste colonne non troverete mai affollamento di notizie. Ma approfondimenti su un fatto o un evento che mi ha particolarmente colpito e che voglio condividere con voi lettori.

Che la favola abbia inizio…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: