Superga

Questa settimana è caduto il 71esimo anniversario della strage di Superga. Un’intera squadra, il Torino, andò a schiantarsi su una collina, alle porte di Torino. L’area che trasportava allenatore e giocatori veniva dal Portogallo, dove i granata avevano disputato un amichevole contro il Benfica.

Ancora oggi, sebbene siano passate più di due generazioni, il disastro aereo in cui naufragò il Grande Torino è una delle tragedie sportive più gravi del nostro calcio.

Per una strana metonimia, quella tragedia, episodio unico e storicamente collocato il 4 maggio del 1949, è passata per diventare qualcosa di totale, di unico. Da allora, infatti, si associa a quelle morti, la morte della bellezza, della classe, dell’estro, della forza. Tutto quello che i giocatori del Grande Torino incarnavano.

Torino, collina di Superga. A causa del lockdown le celebrazioni in onore del Grande Torino si sono svolte in forma privata.

Quel giorno, sulla collina di Superga, pioveva. Era un maggio autunnale, ben altra cosa rispetto alle boccate d’estate che questo mese ha nel suo DNA.
Da quell’anno, e per tutti i 4 maggio che verranno, pioverà sempre. Pioverà dentro al ricordo incolmabile dei veri sportivi, non solo degli amanti del calcio.

In settant’anni il calcio è cambiato, fino a snaturarsi. È diventato un business frenetico, drogato dalle scommesse e dalle televisioni. Proprio questo, pure nella portata drammatica di quella tragedia, il Grande Torino è riuscito, in mezzo a mille imprese, a realizzare quella più importante.

Il Grande Torino ha cristallizzato nel tempo, esaltandola, l’essenza stessa dello sport. Che è condivisione, è tenacia, affiatamento. Qualità fisica e soprattutto umana.
Di quella squadra si ricordavano tanti volti. Il più immortale tra essi è sicuramente quello di Valentino Mazzola, una delle perle eterne del nostro calcio e del calcio di ogni epoca. Di quella squadra oggi restano le foto in bianco e nero, incorniciate in bacheche assieme ai trofei di quella squadra irripetibile.

Ciò che però non potrai mai dissolversi saranno le voci di quei ragazzi. Voci che ci arrivano da un passato che è, per incarnazione, anche presente e futuro. Voci rimaste eterne e che nemmeno la morte ha osato scalfire.

Pubblicato da Angelo Mascolo

Sono archeologo, giornalista e scrittore. Ho collaborato per i quotidiani «Roma», «Metropolis» e «Il Mattino». Dal 2013 scrivo per «Il Gazzettino Vesuviano». Redattore della rivista «Agorà», organo ufficiale di «Archeoclub d'Italia Onlus». Racconto storie perché è l’unica cosa che so fare. Nel 2016 il mio romanzo ambientato a Castellammare si è classificato secondo al Premio Letterario RAI «La Giara». A novembre 2017 è uscito «La primavera cade a novembre», giallo edito dalla casa editrice Homo Scrivens, arrivato alla seconda ristampa, che ha ottenuto diversi riconoscimenti a livello nazionale.

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