La locomotiva

Stanotte ho sognato una locomotiva. Non una locomotiva qualsiasi, però. Ma quella immortalata in una celebre ballata di Francesco Guccini del 1972. Un affresco straordinario delle lotte operaie sulla fine dell’800.

Perché l’ho sognata? Forse perché non più tardi di ieri stavo suonando alla chitarra proprio questa canzone. Ma poi mi sono detto che c’era qualcosa in più. E questo qualcosa in più era da ricercare nelle tantissime storie che ho raccolto in questo periodo.

Precari, operai, operatori turistici, imprenditori e liberi professionisti. Tutti, nessuno escluso, vittime di un sistema impreparato a gestire le loro esigenze e la crisi causata da questa epidemia.

Disoccupati che ancora non vedono l’ombra di un euro, ammortizzatori sociali in ritardo o inesistenti, indennità distribuite a scaglioni o mal distribuite, fondi alle imprese poco chiari.

Può sembrare una questione di vil metallo, come avrebbe cantato Dante. Invece no. Gli aiuti che non stanno arrivando si stanno trasformando in drammatici scompensi sociali. E, come troppo spesso accade, in ingiustizie e disuguaglianze.

Da tutto questo nasce una riflessione amara e reale allo stesso tempo. Dove sono quelle forze politiche progressiste? Quelle che avrebbero dovuto rappresentare queste persone? Tutelarne i diritti e le istanze? Chi difende oggi REALMENTE un cassintegrato o un lavorato con un contratto determinato? Chi lo fa?

Mai come in questa stagione avremmo bisogno di una politica che parli di unione e comunità. Idee che ci facciano sentire nuovamente parte di un’unica cosa, di un unico destino sociale, politico e produttivo. Idee che preservino l’uomo, la sua dignità, il lavoro, gli aneliti, i bisogni, le aspirazioni, i progetti.

Forse per questo mi sono sognato «La locomotiva» di Guccini. Ancora di più per i versi che chiudono questa canzone stupenda:

«E che ci giunga un giorno ancora la notizia 
di una locomotiva, come una cosa viva, 
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia».

La locomotiva, Francesco Guccini 1972

Pubblicato da Angelo Mascolo

Sono archeologo, giornalista e scrittore. Ho collaborato per i quotidiani «Roma», «Metropolis» e «Il Mattino». Dal 2013 scrivo per «Il Gazzettino Vesuviano». Redattore della rivista «Agorà», organo ufficiale di «Archeoclub d'Italia Onlus». Racconto storie perché è l’unica cosa che so fare. Nel 2016 il mio romanzo ambientato a Castellammare si è classificato secondo al Premio Letterario RAI «La Giara». A novembre 2017 è uscito «La primavera cade a novembre», giallo edito dalla casa editrice Homo Scrivens, arrivato alla seconda ristampa, che ha ottenuto diversi riconoscimenti a livello nazionale.

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