Bella di giorno

La pianta era in una fioriera abbandonata. I petali screpolati, la terra secca e i rametti lasciati all’oblio. La pianta è una «Bella di giorno» che ho scoperto essere il nome dialettale col quale è conosciuto il Convolvolo, i cui fiori si aprono soltanto durante il giorno.

L’aveva mia nonna Elisa prima di morire. Alla sua morte, con la dismissione delle cose che aveva avuto in vita, questa pianta venne abbandonata insieme ad altre cose. E relegata a chissà a quale destino.

Mia mamma l’adocchiò per caso. Sebbene rovinata, la pianta conservava la sua antica bellezza. Per questo, compiendo un atto d’amore, decise di prendersene cura. Era un modo per salvare dalla morte una pianta, e soprattutto impedire il naufragio a una delle cose più care in possesso di mia nonna.

Così mia mamma ha iniziato a prendersene cura della »Bella di giorno». Ha iniziato a cambiarle la terra sterile e sostituire con un terreno grasso e fertile, a concimarla, a tagliare i rami vecchi e secchi, a innaffiarla, a darle la giusta luce.

L’ha fatto per mesi e mesi dopo la morte di mia nonna. Finché un giorno, dopo un’attesa lunga un secolo, la pianta che sembrava non voler accettare le cure di mia mamma, è fiorita. Prima un fiorellino, poi un altro, un altro e un altro ancora.
Fino a riempire quella stessa fioriera dove mesi prima aveva trovato la morte.

Sono passati cinque anni dalla morte di mia nonna Elisa. Ogni anno la «Bella di giorno» riprende a fiorire in tutta la sua bellezza. E il suo profumo, i suoi fiori dai colori accesi, si confondono con il tepore del primo caldo primaverile e con la brezza fredda e salata che viene dal mare.

Questa pianta fino a pochi giorno fa è stata sempre nel mio giardino. Poi mia mamma, co un sorriso pieno di speranza e gioia, ha voluto portarla sopra e posizionarla sul balcone della sua camera da letto, che guarda verso il Vesuvio e il mare.

L’altro ieri è rifiorita, per un altro anno ancora. Ogni volta è un prodigio che si rinnova.
Ogni volta che fiorisce io mi siedo accanto a questa fioriera, simbolo di morte fino a poco tempo prima. Mi guardo la terra nera, i rametti e i fiori incredibili della «Bella di giorno» e mi lascio cullare dalla brezza fredda e salata, dalla primavera e chiudo gli occhi.

Una volta, in una storia, lessi che noi riviviamo attraverso le cose delle persone che abbiamo amato. Non ricordo che titolo avesse la storia. Se fosse credibile oppure inventata. A me, che siedo accanto alla «Bella di giorno» e ai suoi fiori miracolosi, piace credere che le cose stiano proprio come raccontava quella storia.

Che le persone, in fondo, non muoiono mai. Come la «Bella di giorno» cullata dalla brezza fredda e salata che, ormai ne sono sicuro, rifiorirà sempre.

Pubblicato da Angelo Mascolo

Sono archeologo, giornalista e scrittore. Ho collaborato per i quotidiani «Roma», «Metropolis» e «Il Mattino». Dal 2013 scrivo per «Il Gazzettino Vesuviano». Redattore della rivista «Agorà», organo ufficiale di «Archeoclub d'Italia Onlus». Racconto storie perché è l’unica cosa che so fare. Nel 2016 il mio romanzo ambientato a Castellammare si è classificato secondo al Premio Letterario RAI «La Giara». A novembre 2017 è uscito «La primavera cade a novembre», giallo edito dalla casa editrice Homo Scrivens, arrivato alla seconda ristampa, che ha ottenuto diversi riconoscimenti a livello nazionale.

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