Arte per pochi, arte per nessuno

In un editoriale apparso il 28 aprile su «Il Corriere della Sera» a firma dell’editorialista Vincenzo Trione (articolo disponibile qui), il giornalista ha toccato il tema della riscoperta dei musei e dell’arte all’epoca del distanziamento sociale.

Non ci saranno più file né più caos. Nè più affollamenti davanti a statue o quadri. Non ci sarà più nemmeno quel ronzio che inondava gallerie e musei. Nulla di tutto questo. Un clima spettrale e surreale. Però, dice Trione, tutto questo un aspetto positivo ce l’ha: ricreare con l’arte un rapporto originale e vero, primordiale, finalizzato a scoprire la radice stessa della bellezza.

Firenze, Gli Uffizi.

Il punto è che la radice vera nella bellezza non sta in una contemplazione isolata, distaccata e «esistenzialista». Fermo restando che la caciara non piace a nessuno, così come a nessuno piacciono le ondate oceaniche dei turisti durante le domeniche dei musei e dei siti aperti, il rapporto con l’arte è ben altra cosa.

Non è apatia, non é distacco, non è contemplazione «all’inglese» dell’oggetto o del fatto artistico. Quello che purtroppo non viene mai sottolineato abbastanza quando si parla di arte e di fruizione della stessa è il rapporto tra soggetto e oggetto. Tra la forma d’arte e chi la guarda.

Perché, e penso sia abbastanza chiaro, l’opera d’arte innesca in noi emozioni forti e contrastanti. Ed è difficile pensare che questo alto sentire, questo coinvolgimento, possa avvenire in un ambiente asettico e senza stimoli.

La fruizione dell’arte, del momento artistico, è figlia anche dell’ambiente circostanze in una correlazione di reazioni. Non parlo della confusione, ma delle nostre emozioni, del nostro stato mentale e fisico in quel momento. Il bello dell’arte è che essa non è legata a un solo messaggio. Ma a più significati che prendono forma in base a ciò che siamo in quel momento.

Ora mi chiedo: musei distanziati, dove ognuno è solo, non rischiano di produrre l’effetto contrario che invece dovrebbe veicolare in ogni creazione artistica? Ovvero: indicare una strada di bellezza e di pienezza e non accentuare quella spirale di tristezza e depressione causata dall’emergenza Covid? Non sarebbe stato meglio far coincidere l’apertura della cultura con la fine della pandemia e sancire, con il libero accesso all’arte, la rinascita delle nostre vite?

Pubblicato da Angelo Mascolo

Sono archeologo, giornalista e scrittore. Ho collaborato per i quotidiani «Roma», «Metropolis» e «Il Mattino». Dal 2013 scrivo per «Il Gazzettino Vesuviano». Redattore della rivista «Agorà», organo ufficiale di «Archeoclub d'Italia Onlus». Racconto storie perché è l’unica cosa che so fare. Nel 2016 il mio romanzo ambientato a Castellammare si è classificato secondo al Premio Letterario RAI «La Giara». A novembre 2017 è uscito «La primavera cade a novembre», giallo edito dalla casa editrice Homo Scrivens, arrivato alla seconda ristampa, che ha ottenuto diversi riconoscimenti a livello nazionale.

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