Non è (ancora) la liberazione di tutti

Stamattina mi sono imbattuto in un intervento del prof. Alessandro Barbero, il famoso storico che impazza sul web per la sua simpatia e competenza che vanta, tra le altre cose, studi e rubriche molto seguite dal pubblico.

In questo intervento, andato in onda domenica sera su Rai Due nel corso della trasmissione «Petrolio» e che trovate a questo link, il professor Barbero ha sottolineato che una parte degli italiani «continua a voltare le spalle al 25 aprile e alla giornata dedicata alla Festa della Liberazione».

Pur apprezzando il prof. Barbero, che reputo uno studioso di primissimo livello, la sua analisi non si è soffermata abbastanza sul perché questo fenomeno sia accaduto e tuttora accada. Perché una parte degli Italiani, composta prevalentemente da figli, nipoti e congiunti dei fascisti, non si riconosce in questa giornata?

All’apparenza il motivo potrebbe essere semplice: essendo fascisti, o sentendosi ancora tali, perché mai dovrebbero condividere questa data?

Sebbene sia un antifascista convinto, e convinto come il prof. Barbero che nell’Italia repubblicana si viva decisamente meglio che in quella fascista, c’è da dire che all’indomani della liberazione, la vittoria sul nazifascismo e tutto ciò che ne seguì ha creato, giustificato o meno che fosse, un ostracismo verso i fascisti. Chi aveva indossato la camicia nera non poteva e non doveva riconoscersi in quella giornata.

I pugni chiusi, le bandiere rosse, Bella ciao e altri numerosi simboli da sempre hanno indirizzato la Resistenza solo e soltanto verso una parte politica: la sinistra comunista. La stessa area politica che ha di fatto trasformato la Resistenza in un «dogma» insindacabile e senza alcuna macchia. Anche se tutti noi sappiamo che ogni fenomeno storico – Resistenza inclusa – non può mai essere dogmatico, semplicemente perché fatto da uomini. E gli uomini, per definizione, commettono errori.

Detto questo, è bene ricordare che non esistette una sola Resistenza. Né furono solo i comunisti a combattere, gli stessi ricordati oggi con il pugno chiuso e la bandiera rossa. Accanto alle «Brigate Garibaldi», affiliate al Pci, ci furono le brigate «Giustizia e libertà» legate a quello straordinario e bellissimo esperimento politico che fu il Partito d’Azione (oscurato e dimenticato colpevolmente) confluito poi nel Psi; ci furono le commoventi Brigate Matteotti legate al Psi; e poi le Fiamme Verdi, le Brigate del popolo e le Brigate Osoppo dentro le quali si riconoscevano i militanti della Dc; e poi le formazioni autonome militari prevalentemente monarchiche e badogliane, formate da borghesi ed ex militari non più fedeli a Vittorio Emanuele III; le Organizzioni Franchi legate al Partito Liberale; e organizzazioni Trotskiste di tendenza anarchica.

Dunque l’appropriazione della Resistenza fatta da una parte politica precisa, quella del pugno chiuso e della bandiera rossa, è riduttiva oltre che storicamente infondata. Senza tralasciare la resistenza di tanti che non finirono sotto nessuna bandiera. Ad esempio, la resistenza civile di chi rimase in città, assicurando servizi essenziali, e combattendo i tedeschi con sabotaggi e scioperi.

Per questo, se vogliamo che il 25 aprile divenga la «liberazione di tutti» dobbiamo sforzarci di guardare al nostro passato con serenità e condivisione. Riconoscendo sì i torti dei fascisti e la loro indubbia responsabilità per aver trascinato l’Italia in una guerra sanguinosa e in una lotta civile ancora più drammatica; ma allo stesso tempo bisogna avere la forza di riconoscere che anche tra le file della partigianeria ci furono ampie zone d’ombra, nella gestione politica e militare, mai del tutto chiariti.

Questo non vuol dire sminuire la Resistenza. Vuol dire, semmai, avviare quel percorso di una memoria condivisa che ogni paese che voglia ritenersi civile deve possedere.

Ad ogni 25 aprile, mi perdonerete, io sottolineerò sempre una cosa. Ricordiamoci che questa «festa» costituisce l’epilogo di una guerra civile che in poco meno di due anni ha prodotto qualcosa come 30mila morti.

Lasciamo da parte tutte le simbologie, gli orpelli, i dogmi e le santificazioni, vi prego, e cerchiamo di non dimenticare questo. Che sono morti, da ambo le parti, Italiani.
E ricordiamocene perché non accada più che un italiano versi sangue di un altro italiano.

Pubblicato da Angelo Mascolo

Sono archeologo, giornalista e scrittore. Ho collaborato per i quotidiani «Roma», «Metropolis» e «Il Mattino». Dal 2013 scrivo per «Il Gazzettino Vesuviano». Redattore della rivista «Agorà», organo ufficiale di «Archeoclub d'Italia Onlus». Racconto storie perché è l’unica cosa che so fare. Nel 2016 il mio romanzo ambientato a Castellammare si è classificato secondo al Premio Letterario RAI «La Giara». A novembre 2017 è uscito «La primavera cade a novembre», giallo edito dalla casa editrice Homo Scrivens, arrivato alla seconda ristampa, che ha ottenuto diversi riconoscimenti a livello nazionale.

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