Fenice Experience

La vedete spuntare nel fondo di una stradina, circondata da altre abitazioni. Un tempo questa zona di Gragnano era ricca di verde e di vegetazione. E si dice, ma è qualcosa di più di una semplice leggenda, che questa parte della «Città della Pasta» abbia ospitato, più di duemila anni fa, resti di favolose fattorie e residenze romane, a due passi dal sito archeologico di Stabiae.

In questa parte di Gragnano, ancora immersa nel verde e lontana dalla frenesia del centro, il pizzaiolo Vincenzo Schettino ha creato la sua pizzeria. Già il nome della sua attività rimanda espressamente a questo passato così antico e affascinante: La Fenice. L’uccello del mito capace di rinascere dalle proprie ceneri. 

Da altre e diverse ceneri, quelle della legna accuratamente selezionata dallo stesso Schettino, prende vita una pizza di livello assoluto. Non c’è solo la cottura a renderla speciale, ovviamente. Ma un lungo studio e un’approfondita conoscenza delle tecniche di lievitazione e delle farine che Vincenzo ha appreso durante gli anni della gavetta. 

A vederlo Vincenzo è un omone, guance rubizze, sempre di buonumore. Un ragazzo che con la sua compagna Laura ha voluto fare una scommessa: trapiantare a Gragnano, patria dell’enogastronomia, i semi di un’esperienza gustativa diversa.

Un coinvolgimento dei sensi che si fonda su prodotti di primissima qualità e allo stesso tempo sulla ricerca continua e costante di colori e umori.

Perché il buon cibo, come ama dire il pizzaiolo Schettino, è il risultato di sperimentazione e armonia tra i vari elementi.

A proposito di colore è proprio questo aspetto a colpirvi non appena siete dentro questa pizzeria. Una carezza calda che vi dà il benvenuto alla sala che sembra essere un omaggio al mare. Pareti dipinte di blu, tavolini eleganti e romantici, e la cura per i dettagli posta in ogni cosa. Tuttavia Vincenzo e Laura non si sono limitati alla pizza – che è possibile gustare al tavolo o nella forma da asporto –; hanno ampliato l’esperienza del gusto per il cliente inserendo un menù dedicato prettamente al food.

Un menù dentro il quale trovate panini gourmet – che conciliano i temi classici della tradizione anglosassone con i prodotti doc del territorio –  e una vasta selezione di birre artigianali. Qualità rigorosamente garantita. 

«La Fenice» è una piccola realtà. Una realtà giovane e fatta da giovane. E, cosa più importante, con idee giovani. Tuttavia, nell’intenzione dei suoi titolari, «La Fenice» non vuole aggiungersi all’elenco delle grandi attività ristorative.

Quello a cui Vincenzo e Laura puntano è altro: trasmettere attraverso il cibo la gioia per le piccole cose. Queio momenti, intimi e discreti, che rendono la nostra vita qualcosa di indimenticabile. 

Sebbene il loro progetto non abbia ancora compiuto un anno, si può dire che «La Fenice» è senza alcun dubbio sulla strada giusta. 

Superga

Questa settimana è caduto il 71esimo anniversario della strage di Superga. Un’intera squadra, il Torino, andò a schiantarsi su una collina, alle porte di Torino. L’area che trasportava allenatore e giocatori veniva dal Portogallo, dove i granata avevano disputato un amichevole contro il Benfica.

Ancora oggi, sebbene siano passate più di due generazioni, il disastro aereo in cui naufragò il Grande Torino è una delle tragedie sportive più gravi del nostro calcio.

Per una strana metonimia, quella tragedia, episodio unico e storicamente collocato il 4 maggio del 1949, è passata per diventare qualcosa di totale, di unico. Da allora, infatti, si associa a quelle morti, la morte della bellezza, della classe, dell’estro, della forza. Tutto quello che i giocatori del Grande Torino incarnavano.

Torino, collina di Superga. A causa del lockdown le celebrazioni in onore del Grande Torino si sono svolte in forma privata.

Quel giorno, sulla collina di Superga, pioveva. Era un maggio autunnale, ben altra cosa rispetto alle boccate d’estate che questo mese ha nel suo DNA.
Da quell’anno, e per tutti i 4 maggio che verranno, pioverà sempre. Pioverà dentro al ricordo incolmabile dei veri sportivi, non solo degli amanti del calcio.

In settant’anni il calcio è cambiato, fino a snaturarsi. È diventato un business frenetico, drogato dalle scommesse e dalle televisioni. Proprio questo, pure nella portata drammatica di quella tragedia, il Grande Torino è riuscito, in mezzo a mille imprese, a realizzare quella più importante.

Il Grande Torino ha cristallizzato nel tempo, esaltandola, l’essenza stessa dello sport. Che è condivisione, è tenacia, affiatamento. Qualità fisica e soprattutto umana.
Di quella squadra si ricordavano tanti volti. Il più immortale tra essi è sicuramente quello di Valentino Mazzola, una delle perle eterne del nostro calcio e del calcio di ogni epoca. Di quella squadra oggi restano le foto in bianco e nero, incorniciate in bacheche assieme ai trofei di quella squadra irripetibile.

Ciò che però non potrai mai dissolversi saranno le voci di quei ragazzi. Voci che ci arrivano da un passato che è, per incarnazione, anche presente e futuro. Voci rimaste eterne e che nemmeno la morte ha osato scalfire.

La locomotiva

Stanotte ho sognato una locomotiva. Non una locomotiva qualsiasi, però. Ma quella immortalata in una celebre ballata di Francesco Guccini del 1972. Un affresco straordinario delle lotte operaie sulla fine dell’800.

Perché l’ho sognata? Forse perché non più tardi di ieri stavo suonando alla chitarra proprio questa canzone. Ma poi mi sono detto che c’era qualcosa in più. E questo qualcosa in più era da ricercare nelle tantissime storie che ho raccolto in questo periodo.

Precari, operai, operatori turistici, imprenditori e liberi professionisti. Tutti, nessuno escluso, vittime di un sistema impreparato a gestire le loro esigenze e la crisi causata da questa epidemia.

Disoccupati che ancora non vedono l’ombra di un euro, ammortizzatori sociali in ritardo o inesistenti, indennità distribuite a scaglioni o mal distribuite, fondi alle imprese poco chiari.

Può sembrare una questione di vil metallo, come avrebbe cantato Dante. Invece no. Gli aiuti che non stanno arrivando si stanno trasformando in drammatici scompensi sociali. E, come troppo spesso accade, in ingiustizie e disuguaglianze.

Da tutto questo nasce una riflessione amara e reale allo stesso tempo. Dove sono quelle forze politiche progressiste? Quelle che avrebbero dovuto rappresentare queste persone? Tutelarne i diritti e le istanze? Chi difende oggi REALMENTE un cassintegrato o un lavorato con un contratto determinato? Chi lo fa?

Mai come in questa stagione avremmo bisogno di una politica che parli di unione e comunità. Idee che ci facciano sentire nuovamente parte di un’unica cosa, di un unico destino sociale, politico e produttivo. Idee che preservino l’uomo, la sua dignità, il lavoro, gli aneliti, i bisogni, le aspirazioni, i progetti.

Forse per questo mi sono sognato «La locomotiva» di Guccini. Ancora di più per i versi che chiudono questa canzone stupenda:

«E che ci giunga un giorno ancora la notizia 
di una locomotiva, come una cosa viva, 
lanciata a bomba contro l’ ingiustizia».

La locomotiva, Francesco Guccini 1972

Bella di giorno

La pianta era in una fioriera abbandonata. I petali screpolati, la terra secca e i rametti lasciati all’oblio. La pianta è una «Bella di giorno» che ho scoperto essere il nome dialettale col quale è conosciuto il Convolvolo, i cui fiori si aprono soltanto durante il giorno.

L’aveva mia nonna Elisa prima di morire. Alla sua morte, con la dismissione delle cose che aveva avuto in vita, questa pianta venne abbandonata insieme ad altre cose. E relegata a chissà a quale destino.

Mia mamma l’adocchiò per caso. Sebbene rovinata, la pianta conservava la sua antica bellezza. Per questo, compiendo un atto d’amore, decise di prendersene cura. Era un modo per salvare dalla morte una pianta, e soprattutto impedire il naufragio a una delle cose più care in possesso di mia nonna.

Così mia mamma ha iniziato a prendersene cura della »Bella di giorno». Ha iniziato a cambiarle la terra sterile e sostituire con un terreno grasso e fertile, a concimarla, a tagliare i rami vecchi e secchi, a innaffiarla, a darle la giusta luce.

L’ha fatto per mesi e mesi dopo la morte di mia nonna. Finché un giorno, dopo un’attesa lunga un secolo, la pianta che sembrava non voler accettare le cure di mia mamma, è fiorita. Prima un fiorellino, poi un altro, un altro e un altro ancora.
Fino a riempire quella stessa fioriera dove mesi prima aveva trovato la morte.

Sono passati cinque anni dalla morte di mia nonna Elisa. Ogni anno la «Bella di giorno» riprende a fiorire in tutta la sua bellezza. E il suo profumo, i suoi fiori dai colori accesi, si confondono con il tepore del primo caldo primaverile e con la brezza fredda e salata che viene dal mare.

Questa pianta fino a pochi giorno fa è stata sempre nel mio giardino. Poi mia mamma, co un sorriso pieno di speranza e gioia, ha voluto portarla sopra e posizionarla sul balcone della sua camera da letto, che guarda verso il Vesuvio e il mare.

L’altro ieri è rifiorita, per un altro anno ancora. Ogni volta è un prodigio che si rinnova.
Ogni volta che fiorisce io mi siedo accanto a questa fioriera, simbolo di morte fino a poco tempo prima. Mi guardo la terra nera, i rametti e i fiori incredibili della «Bella di giorno» e mi lascio cullare dalla brezza fredda e salata, dalla primavera e chiudo gli occhi.

Una volta, in una storia, lessi che noi riviviamo attraverso le cose delle persone che abbiamo amato. Non ricordo che titolo avesse la storia. Se fosse credibile oppure inventata. A me, che siedo accanto alla «Bella di giorno» e ai suoi fiori miracolosi, piace credere che le cose stiano proprio come raccontava quella storia.

Che le persone, in fondo, non muoiono mai. Come la «Bella di giorno» cullata dalla brezza fredda e salata che, ormai ne sono sicuro, rifiorirà sempre.

Arte per pochi, arte per nessuno

In un editoriale apparso il 28 aprile su «Il Corriere della Sera» a firma dell’editorialista Vincenzo Trione (articolo disponibile qui), il giornalista ha toccato il tema della riscoperta dei musei e dell’arte all’epoca del distanziamento sociale.

Non ci saranno più file né più caos. Nè più affollamenti davanti a statue o quadri. Non ci sarà più nemmeno quel ronzio che inondava gallerie e musei. Nulla di tutto questo. Un clima spettrale e surreale. Però, dice Trione, tutto questo un aspetto positivo ce l’ha: ricreare con l’arte un rapporto originale e vero, primordiale, finalizzato a scoprire la radice stessa della bellezza.

Firenze, Gli Uffizi.

Il punto è che la radice vera nella bellezza non sta in una contemplazione isolata, distaccata e «esistenzialista». Fermo restando che la caciara non piace a nessuno, così come a nessuno piacciono le ondate oceaniche dei turisti durante le domeniche dei musei e dei siti aperti, il rapporto con l’arte è ben altra cosa.

Non è apatia, non é distacco, non è contemplazione «all’inglese» dell’oggetto o del fatto artistico. Quello che purtroppo non viene mai sottolineato abbastanza quando si parla di arte e di fruizione della stessa è il rapporto tra soggetto e oggetto. Tra la forma d’arte e chi la guarda.

Perché, e penso sia abbastanza chiaro, l’opera d’arte innesca in noi emozioni forti e contrastanti. Ed è difficile pensare che questo alto sentire, questo coinvolgimento, possa avvenire in un ambiente asettico e senza stimoli.

La fruizione dell’arte, del momento artistico, è figlia anche dell’ambiente circostanze in una correlazione di reazioni. Non parlo della confusione, ma delle nostre emozioni, del nostro stato mentale e fisico in quel momento. Il bello dell’arte è che essa non è legata a un solo messaggio. Ma a più significati che prendono forma in base a ciò che siamo in quel momento.

Ora mi chiedo: musei distanziati, dove ognuno è solo, non rischiano di produrre l’effetto contrario che invece dovrebbe veicolare in ogni creazione artistica? Ovvero: indicare una strada di bellezza e di pienezza e non accentuare quella spirale di tristezza e depressione causata dall’emergenza Covid? Non sarebbe stato meglio far coincidere l’apertura della cultura con la fine della pandemia e sancire, con il libero accesso all’arte, la rinascita delle nostre vite?

Non è (ancora) la liberazione di tutti

Stamattina mi sono imbattuto in un intervento del prof. Alessandro Barbero, il famoso storico che impazza sul web per la sua simpatia e competenza che vanta, tra le altre cose, studi e rubriche molto seguite dal pubblico.

In questo intervento, andato in onda domenica sera su Rai Due nel corso della trasmissione «Petrolio» e che trovate a questo link, il professor Barbero ha sottolineato che una parte degli italiani «continua a voltare le spalle al 25 aprile e alla giornata dedicata alla Festa della Liberazione».

Pur apprezzando il prof. Barbero, che reputo uno studioso di primissimo livello, la sua analisi non si è soffermata abbastanza sul perché questo fenomeno sia accaduto e tuttora accada. Perché una parte degli Italiani, composta prevalentemente da figli, nipoti e congiunti dei fascisti, non si riconosce in questa giornata?

All’apparenza il motivo potrebbe essere semplice: essendo fascisti, o sentendosi ancora tali, perché mai dovrebbero condividere questa data?

Sebbene sia un antifascista convinto, e convinto come il prof. Barbero che nell’Italia repubblicana si viva decisamente meglio che in quella fascista, c’è da dire che all’indomani della liberazione, la vittoria sul nazifascismo e tutto ciò che ne seguì ha creato, giustificato o meno che fosse, un ostracismo verso i fascisti. Chi aveva indossato la camicia nera non poteva e non doveva riconoscersi in quella giornata.

I pugni chiusi, le bandiere rosse, Bella ciao e altri numerosi simboli da sempre hanno indirizzato la Resistenza solo e soltanto verso una parte politica: la sinistra comunista. La stessa area politica che ha di fatto trasformato la Resistenza in un «dogma» insindacabile e senza alcuna macchia. Anche se tutti noi sappiamo che ogni fenomeno storico – Resistenza inclusa – non può mai essere dogmatico, semplicemente perché fatto da uomini. E gli uomini, per definizione, commettono errori.

Detto questo, è bene ricordare che non esistette una sola Resistenza. Né furono solo i comunisti a combattere, gli stessi ricordati oggi con il pugno chiuso e la bandiera rossa. Accanto alle «Brigate Garibaldi», affiliate al Pci, ci furono le brigate «Giustizia e libertà» legate a quello straordinario e bellissimo esperimento politico che fu il Partito d’Azione (oscurato e dimenticato colpevolmente) confluito poi nel Psi; ci furono le commoventi Brigate Matteotti legate al Psi; e poi le Fiamme Verdi, le Brigate del popolo e le Brigate Osoppo dentro le quali si riconoscevano i militanti della Dc; e poi le formazioni autonome militari prevalentemente monarchiche e badogliane, formate da borghesi ed ex militari non più fedeli a Vittorio Emanuele III; le Organizzioni Franchi legate al Partito Liberale; e organizzazioni Trotskiste di tendenza anarchica.

Dunque l’appropriazione della Resistenza fatta da una parte politica precisa, quella del pugno chiuso e della bandiera rossa, è riduttiva oltre che storicamente infondata. Senza tralasciare la resistenza di tanti che non finirono sotto nessuna bandiera. Ad esempio, la resistenza civile di chi rimase in città, assicurando servizi essenziali, e combattendo i tedeschi con sabotaggi e scioperi.

Per questo, se vogliamo che il 25 aprile divenga la «liberazione di tutti» dobbiamo sforzarci di guardare al nostro passato con serenità e condivisione. Riconoscendo sì i torti dei fascisti e la loro indubbia responsabilità per aver trascinato l’Italia in una guerra sanguinosa e in una lotta civile ancora più drammatica; ma allo stesso tempo bisogna avere la forza di riconoscere che anche tra le file della partigianeria ci furono ampie zone d’ombra, nella gestione politica e militare, mai del tutto chiariti.

Questo non vuol dire sminuire la Resistenza. Vuol dire, semmai, avviare quel percorso di una memoria condivisa che ogni paese che voglia ritenersi civile deve possedere.

Ad ogni 25 aprile, mi perdonerete, io sottolineerò sempre una cosa. Ricordiamoci che questa «festa» costituisce l’epilogo di una guerra civile che in poco meno di due anni ha prodotto qualcosa come 30mila morti.

Lasciamo da parte tutte le simbologie, gli orpelli, i dogmi e le santificazioni, vi prego, e cerchiamo di non dimenticare questo. Che sono morti, da ambo le parti, Italiani.
E ricordiamocene perché non accada più che un italiano versi sangue di un altro italiano.

Non mi diverto

Paolo, nome di fantasia, è un mio amico. L’altro giorno mi ha chiamato per comunicarmi una notizia terribile: il suo datore di lavoro l’ha licenziato.

Paolo è un accompagnatore turistico. Ho un mezzo tutto suo e, a partire dalla primavera, accompagna i turisti in Costiera Amalfitana. Per telefono, il suo datore di lavoro gli ha comunicato la decisione: quest’estate non si lavora.

Il dado è tratto. Paolo ha la voce abbattuta mentre mi comunica questa notizia. Paolo è giovane, intraprendente. Il pensiero di passare un’estate senza lavoro lo porta sull’orlo della disperazione.

Quanti Paolo conoscete voi? Io, purtroppo, parecchi. Giovani, meno giovani, che stanno combattendo con depressione e futuro incerto. Telefonate come quelle di Paolo ne sto ricevendo tantissime. Da amici, clienti e semplici conoscenti.

Quello che mi chiedo, e se lo chiede una parte consistente di me, è se a qualcuno interessa di queste persone. O se, al contrario, l’unico sport che sappiamo praticare è il voyeurismo mediatico che ci porta a sbirciare, con smania morbosa, il confronto De Luca vs Fontana andato in onda l’altra sera. Ad esempio.

Cosa ci interessano veramente? Le analisi, i problemi, la sofferenza delle persone o dare sfogo e seguito ai nostri appetiti mediatici? O continuare a puntare l’indice, a fare i virologi, i tuttologi che – ieri come oggi – tengono a portata di mano ogni soluzione?

Signori, io non mi diverto a praticare questo sport. Io non mi diverto nel ricevere telefonate come quella di Paolo. Non mi diverto né godo nel vedere Vincenzo De Luca che giganteggia su Attilio Fontana, in televisione. Non mi diverte chi, da questo confronto, non fa altro che alimentare l’atavica guerra Nord vs Sud. Non mi interessa. Né mi interessa intasare i social con considerazioni a profusione su questo confronto o su quanti medici siano stati ospitati o meno nelle trasmissioni televisioni. Tutto questo non serve.

E soprattutto, lo ripeto fino alla noia, non mi diverte.

Paolo sta per chiudere la conversazione. La sua voce è stanca, percepibile appena. Lancia un paio di bestemmie. In altri tempi, mi sarebbe venuto da ridere. La cosa mi avrebbe divertito. Ma, ora, con la voce che si spegne sempre di più dentro al telefono quelle bestemmie sono pietre.

Pietre, purtroppo, destinate al colpire il nulla dell’indifferenza generale.

Per ripartire, via i pregiudizi

Ho letto negli ultimi giorni un libro. 


Si intitola «Gli altri» di Aisha Cerami, figlia di Vincenzo Cerami, scrittore e sceneggiatore. Raccontatore di storie, come amava definirsi, che ha firmato sceneggiature di film storici come «Un borghese piccolo piccolo» con Alberto Sordi e «La vita è bella», pellicola Oscar di Roberto Benigni. 

Questo libro è dedicato ai pregiudizi. Tutto ciò, in pratica, che riposa nella nostra anima e che si scatena ogni volta che il nostro quotidiano viene sconvolto da qualcosa di esterno. Nello specifico, il libro è la storia di un condominio, in apparenza normale, su cui piomba una nuova famiglia. Nulla di strano se non per il fatto che questa venuta porta a galla, in un crescendo di tensione, rancori, ipocrisie, rimpianti e violenze. 

Non vi svelo il finale, ovviamente. Ho ritenuto che fosse però importante parlarvi di questo libro non tanto perché volessi fare una recensione, quanto per la sua importanza sociologica. Perché anche il più evoluto tra noi ha pregiudizi. Qualcosa che gli fa storcere il naso, qualcosa che giudica o conosce solo superficialmente. 

Non intendo tornare sul tema Covid di cui ho ampiamente parlato in queste settimane. 

Il punto è che il Covid ha dato la stura a tutte le nostre paure latenti. 

Vi faccio un esempio. Non appena si diffuse la notizia del virus, centinaia di persone – molte delle quali conosco personalmente – hanno iniziato a disertare i negozi e gli empori cinesi. 

A nulla è servito spiegare a queste persone che quegli imprenditori cinesi fossero residenti in Italia da anni, e sicuramente prima del virus. Una paura folle, irrazionale e bestiale, ha portato a disertare queste attività che erano in ginocchio prima ancora del lockdown. 

Vi risparmio poi tutto ciò che abbiamo sentito – con una profusione di fake news – sull’origine di questo virus. Audio whatsapp e presunte teorie complottiste secondo le quali all’origine della pandemia ci sarebbe stato un medico cinese che avrebbe liberato il virus favorendo il contagio. Senza dimenticare la circostanza, a cui molti tuttora danno credito, seconda la quale questo virus sarebbe frutto della vendetta americana ai danni di Italia e Cina per la firma de «La via della Seta». 

Insomma, se ne sono sentite di ogni. Il problema non sono le fake news ma l’atteggiamento psicologico che esse celano. La paura, la fragilità. E il pregiudizio, appunto. 

Mi chiedo, ad emergenza finita, quali e quanti saranno i pregiudizi che continueremo a coltivare. Ieri erano i cinesi e i loro prodotti, domani cosa sarà? Il business sulle mascherine, di cui già si parla, e che vedrebbe coinvolti farmacie e regioni? Oppure, cosa ancora più inquietante, i pregiudizi riguarderanno le persone? Quelle che hanno avuto la sfortuna di ammalarsi ma alle quali faremo pagare il fatto di essere sopravvissute? O ancora: rinfocoleremo il pregiudizio verso il Nord, o verso il Sud per converso, con questo inutile e livido battibeccare sui primati di una sanità sull’altra? 

A me tutto questo spaventa e per un motivo pratico. Perché quando verrà decretata la fine dell’emergenza a noi non serviranno i pregiudizi, che allontanano e dividono per antonomasia. Avremo bisogno di solidarietà, unità. E quindi sensibilità e cultura per «Gli altri», come titola il libro della Cerami. L’altro da intendersi come una risorsa per ripartire e non un pretesto per dare sfogo alle nostre paure più profonde. 

Napoli carta sporca

«Di solito quando qua viene la polizia non è bene accetta» chiede l’intervistatore.
«Nun me facite parlà» risponde l’intervistato con la faccia tagliata da imbarazzo e disappunto.

È questo il dialogo a cui hanno assistito, ieri sera, milioni di italiani nel corso dell’edizione serale del Tg andato in onda su Raiuno. Il servizio andato in onda e curato dal giornalista Giacinto Pinto ha documentato l’intervento dei mezzi antisommossa della polizia nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, periferia est di Napoli, finalizzato alla sanificazione delle strade cittadine.

Frame del servizio andato in onda sul Tg1 di ieri (foto da Ladomenicasettimanale.it di Arnaldo Capezzuto)

Un’ottima iniziativa quelle delle forze dell’ordine, volta a garantire la salute dei cittadini, se non fosse per il racconto scioccante fatto dal giornalista. Ci saremmo aspettati di sentire il disagio di quelle persone, che vivono come tante le restrizioni da contagio Covid-19. Avremmo voluto sentire, magari, storie di riscatto e speranze.

Di seguito, vi riporto l’estratto del servizio Tg1 tratto da Ladomenicasettimanale.it e per il quale ringrazio il collego Arnaldo Capezzuto.

Invece abbiamo sentito di un quartiere perennemente in guerra, oggi contro il Covid fino a pochi minuti prima per le faide di camorra; abbiamo sentito che tutti i cittadini di san Giovanni a Teduccio non accettano la polizia e quindi lo stato; abbiamo sentito che i cittadini di quei quartieri sono, in fondo, dei delinquenti. Eppure, questi presunti delinquenti, erano gli stessi che nelle immagini applaudivano la polizia, i mezzi e e che sembrano felici dell’intervento dello Stato.

Invece, no. Ogni volta, ogni santa volta, si sente questo bisogno malsano di mettere le mani nel torbido. Pur nel raccontare cose belle, di cittadini e istituzioni vicini e uniti in questa battaglia, si deve sempre macchiare e infangare la reputazione di migliaia di persone oneste e perbene.

Frame del servizio andato in onda sul Tg1 di ieri (foto da Ladomenicasettimanale.it di Arnaldo Capezzuto)

D’altronde perché soprerndersi o indignarsi? Napoli, il suo hinterland, fino a non molti decenni fa erano vittima di un tipo di oleografia: quella del sole, della pizza e dei mandolini. Per non parlare delle canzoni e di altre robe.


Oggi l’oleografia ha cambiato segno: Napoli è uguale a camorra, all’antistato, a cancro di un’intera nazione. Insomma una Napoli cartolina. Solo che prima, almeno, questa cartolina aveva tinte colorate e positive. Ora solo fosche e deprimenti.

Vedete, anche a costo di sembrarvi populista, com’è possibile che vada in onda un servizio così subito dopo aver documentato l’iniziativa di una violinista che ha suonato la melodia de «L’ultimo dei Mohicani» sui tetti di un ospedale? Un po’ come dire: a nord la bellezza, da voi a meridione bruttezza e criminalità.

E mi chiedo, sempre non abbandonando il rischio di essere populista, com’è possibile che la rete ammiraglia Rai taccia sulla straordinaria efficienza della sanità campana (e a latere sulla sperimentazione medica in materia anti-Covid) e dedichi centinaia di servizi alla sanità lombarda, fino ad oggi ritenuta fiore all’occhiello della sanità nazionale e rivelatasi un drammatico fallimento?

Non è intollerabile tutto questo? E mi chiedo, in ossequio alle parole di Cicerone, fino a quando continuerete ad abusare della nostra pazienza?

Sepolcri imbiancati

Facevo pulizia tra gli spam della mia posta elettronica. A un certo punto mi sono imbattuto in messaggi pubblicitari di diverse aziende (di cui non vi faccio il nome per ovvie ragioni) che parlavano dell’avvento di «una nuova normalità» per i tempi che stiamo vivendo.

A volte, ed è un mio pensiero ricorrente, vorrei entrare nella mente di pubblicitari ed esperti di comunicazione per capire, in primo luogo, dove hanno conseguito i loro titoli e, in secondo luogo, se sono affetti da sostanze psicotrope o altro quando si lanciano in un certo tipo di uscite.

Credetemi: nel leggere questo messaggio a me sono scese le lacrime. Perché ci ho visto tutto l’affronto, il cinismo e l’indifferenza verso il dramma senza precedenti dal quale non riusciamo ad uscire.

Cosa significa nuova normalità?

Forse, se siete d’accordo, potremmo chiederlo ai familiari delle oltre ventimila vittime che quest’epidemia ha prodotto? Persone che si sono visti portare via famiglie intere senza nemmeno poterle salutare?

Forse, sempre se siete d’accordo, potremmo chiederlo a chi ha perso tutto. Alle aziende o agli esercenti che usciranno da questo tunnel senza più un lavoro? O forse, sempre se l’accordo tra di noi regge, potremmo chiederlo a chi in queste ore non ha più una speranza in niente? Chi non sa quale sarà il futuro? Chi non sa se ritornerà come prima?

Siamo essere umani. E non si può pensare di ritornare alla normalità, vecchia o nuova che sia. Perché il concetto di normalità – lì dove mai avesse significato qualcosa – da oggi in avanti risulterà del tutto inapplicabile.

Mentre mi arrovello su questo concetto orripilante – «la nuova normalità» – penso e ripenso, fino a stare male, al dato che vi ho riportato sopra. Più di ventimila morti, ventimila fratelli che non vedranno più la luce del giorno.

Sapete quanti sono ventimila morti? Sapete quanti sono? Se non lo sapete, cari pubblicitari o esperti di marketing e comunicazione, provo a farvelo capire io.

La guerra civile seguita all’8 settembre del 1943 e durata fino al ’45 ha mietuto 30mila morti. A questo dato, ahinoi, ci stiamo sempre più avvicinando. Ecco quanti sono ventimila e più morti. I morti di una guerra.

Noi siamo in guerra – una guerra contro un nemico invisibile – e voi mi parlate di nuova normalità?

Se riuscite, tuttavia, ad avere questo coraggio, questa disumanità profonda, per voi riesco a trovare solo queste parole tratte dal capitolo 23 del Vangelo di Matteo (vv. 27-28):

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume».

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